L'autoriproduzione dei semi e le "popolazioni evolutive"

Tutto il cibo proviene dai semi.

Ripartiamo dai semi.

”Il miglioramento genetico evolutivo viene da lontano, – spiega Salvatore Ceccarelli – addirittura dal 1956, quando Coit Suneson, un agronomo americano, lo teorizzò con un apposito lavoro scientifico. L’idea di coltivare miscugli (popolazioni) era già stata teorizzata quando fu dimostrato che una popolazione, proprio perché costituita da piante tutte diverse (a differenza delle varietà moderne le cui piante sono tutte geneticamente uguali), desse produzioni più stabili nel tempo e fosse capace di resistere meglio di una varietà uniforme ai parassiti sia animali sia vegetali. Nel frattempo, però, il miglioramento genetico era andato in direzione completamente opposta, producendo varietà geneticamente uniformi sia nelle specie che si autofecondano (come riso, grano e orzo) sia in quelle che si incrociano (come il mais), in queste ultime attraverso l’uso degli ibridi.

Oggi esistono numerosi dati che indicano come accanto a un aumento prodigioso delle produzioni vi sia stata una generalizzata diminuzione del valore nutritivo delle maggiori colture (De Fries et al., 2015) e una diminuzione della diversità coltivata. L’uniformità che vediamo tutti i giorni nei campi è anche in palese contraddizione con la necessità delle nostre colture di adattarsi al cambiamento climatico.
Questi sono i motivi che ci hanno spinto a rispolverare un’idea, che pur essendo stata formulata oltre mezzo secolo fa, sembra essere quanto mai attuale per affrontare molti dei problemi di cui si parla continuamente.

Gli agricoltori hanno sempre mescolato i semi: per migliaia di anni si sono procurati il seme raccogliendolo sulle piante più belle del proprio campo. Quindi le piante dell’anno successivo non erano uniformi, perché discendevano da piante diverse.
In questo modo gli agricoltori hanno gradualmente selezionato quelle che noi chiamiamo «varietà antiche» o «vecchie varietà», mentre forse sarebbe meglio chiamarle «varietà locali». La corsa verso l’uniformità ha portato, nel migliore dei casi all’ accantonamento delle varietà locali e nel peggiore alla loro scomparsa. Il ritorno a coltivare diversità si può realizzare con il miglioramento genetico evolutivo, che consiste nel mescolare semi di diverse varietà (da poche a moltissime), o meglio ancora semi frutto di incroci, e lasciar evolvere queste popolazioni naturalmente e utilizzarle come coltura, oppure per fare la selezione delle piante migliori.
Queste popolazioni, grazie alla loro diversità, sono in grado di far fronte non solo ai cambiamenti climatici di lungo periodo, ma anche alle variazioni climatiche da un anno all’ altro, controllano meglio infestanti, malattie e insetti, riducendo notevolmente i costi di produzione, e soprattutto non sono brevettabili. Infatti, grazie agli incroci naturali che avvengono sempre al loro interno, le popolazioni evolvono continuamente (di qui il termine «popolazioni evolutive»)
”.
Liberamente tratto da da L’informatore agrario n. 20/2017

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